
Ti presento José Alberto Mujica, noto col nomignolo di Pepe, classe 1935.
Pepe Mujica, ex ministro, ex senatore, dal marzo del 2010 è il presidente della Repubblica del suo Paese, l’Uruguay. Ma secondo quello che ci rivela un bel servizio della Bbc online (http://www.bbc.co.uk/news/magazine-20243493) Pepe Mujica è considerato dai media «il presidente più povero del mondo». Quando è stato eletto, Mujica non ha voluto trasferirsi nella residenza di Stato; ha preferito continuare a vivere in campagna, poco fuori dalla capitale Montevideo, in fondo a una strada sterrata, nella casa colonica di proprietà dì sua moglie, dove i due coltivano fiori. Panni stesi, acqua dal pozzo, un cane da guardia che zoppica da una zampa e due poliziotti fuori dal cancello. Lo stipendio del primo cittadino dell’Uruguay è di circa 9.000 euro, ma il presidente Pepe ne dà via il 90 per cento in beneficenza.
In tal modo guadagna più o meno quanto l’uruguaiano medio: 600 euro al mese.
Nella sua dichiarazione dei redditi 2010 i suoi beni assommavano a 1.400 euro: il valore del suo maggiolino Volkswagen, immatricolato nel 1987.
«Posso sembrare un vecchio eccentrico» dice il presidente, ex guerrigliero Tupamaro, detenuto politico per 14 anni della sua vita, «ma la mia è una libera scelta».
Il presidente più povero del mondo vanta anche un altro primato: ha pronunciato quello che è stato definito il discorso più bello del mondo. Ma al di là del rilievo mediatico, vorrei metterti in grado di giudicare tu stesso il valore del discorso – e del suo autore. Ecco le parole di Jose’ Pepe Mujica, pronunciate al G20 in Brasile nel Giugno 2012:
“Un grazie particolare al popolo del Brasile, ed alla sua Signora Presidentessa, Dilma Rousseff. Grazie anche alla sincerità con la quale, sicuramente, si sono espressi tutti gli oratori che mi hanno preceduto.
Come governanti, tutti manifestiamo la profonda volontà di favorire gli accordi che questa nostra povera umanità sia capace di sottoscrivere. Permettetemi, però, di pormi alcune domande a voce alta. Per tutto il giorno si è parlato di sviluppo sostenibile e di affrancare, dalla povertà in cui vivono, immense masse di esseri umani.
Ma cosa ci frulla per la testa? Pensiamo all’attuale modello di sviluppo e di consumo delle società ricche?
Mi domando: che cosa succederebbe al nostro pianeta se anche gli indù avessero lo stessa numero di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno ci resterebbe per respirare?
Più francamente: il mondo ha le risorse materiali, oggi, per rendere possibile che 7 od 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso livello di consumo e di sperpero che hanno le opulente società occidentali?
Sarebbe possibile tutto ciò?
Oppure, un giorno, dovremmo affrontare un altro tipo di dibattito?
Perché siamo stati noi a creare la civiltà nella quale viviamo: figlia del mercato, figlia della competizione, che ha portato uno sviluppo materiale portentoso ed esplosivo.
Ma l’economia di mercato ha creato la società di mercato che ci ha rifilata questa globalizzazione.
Stiamo governando noi la globalizzazione oppure è la globalizzazione che governa noi?
E’ possibile parlare di fratellanza e dello stare tutti insieme, in un’economia basata su una competizione così spietata? Fino a dove arriva veramente la nostra solidarietà?
Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento, al contrario.
La sfida che abbiamo davanti è di una portata colossale, e la grande crisi non è ecologica, ma è politica! L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma sono queste forze che governano l’uomo … ed anche la nostra vita !
Perché noi non siamo nati solo per svilupparci. Siamo nati per essere felici.
Perché la nostra vita è breve e passa in fretta. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare.Ma se la vita ci scappa via, lavorando e lavorando per consumare di più, il vero motore del vivere è la società consumistica, perché, di fatto, se si arresta il consumo si ferma l’economia, e se si ferma l’economia spunta il fantasma del ristagno per tutti noi.
E’ il consumismo che sta aggredendo il pianeta.
Per alimentare questo consumismo, si producono cose che durano poco, perché bisogna vendere tanto. Una lampadina elettrica non deve durare più di 1000 ore, però esistono lampadine che possono durare anche 100 mila o 200 mila ore!
Ma questo non lo si può fare perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere la civiltà dell’usa e getta, e così restiamo imprigionati in un circolo vizioso.
Questi sono i veri problemi politici che ci esortano a incominciare a lottare per un’altra cultura.
Non si tratta di immaginare il ritorno all’uomo delle caverne, né di erigere un monumento all’arretratezza. Però non possiamo continuare, indefinitamente, a lasciarci governare dal mercato, dobbiamo cominciare ad essere noi a governare il mercato.
Per questo dico, con il mio modesto pensiero, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico.
I vecchi pensatori, Epicuro, Seneca e anche gli Indios Aymara, dicevano: “povero non è colui che ha poco, ma colui che necessita di tanto e desidera sempre di più e di più”.
Questa è una chiave di carattere culturale. Per questo saluterò di buon grado gli sforzi e gli accordi che si faranno, e come governante li sosterrò.
So che alcune cose che sto dicendo, possono urtare. Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e del clima non è la causa. La causa è il modello di civiltà che abbiamo messo in piedi. Quello che dobbiamo cambiare è il nostro modo di vivere!
Appartengo a un piccolo paese, dotato di molte risorse naturali. Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, tra le migliori al mondo, e circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore. Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne. E’ una pianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile.
I miei compagni lavoratori hanno lottato molto per ottenere le 8 ore di lavoro.
Ora hanno conseguite le 6 ore lavorative. Ma quello che lavora 6 ore, poi cerca il secondo lavoro, per cui lavora più di prima. Perché? Ma perché deve pagare una quantità enorme di rate: la moto, l’auto, e paga una rata e un’altra e un’altra ancora, e quando decide di riposare … è oramai un vecchio reumatico, come me, e la vita gli è volata via.
E allora uno si deve porre una domanda: è questo lo scopo della vita umana?
Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Lo sviluppo deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, l’avere il giusto, l’elementare.
Perché il tesoro più importante che abbiamo è la felicità!
Quando lottiamo per migliorare la condizione sociale, dobbiamo ricordare che il primo fattore della condizione sociale si chiama felicità umana!
Grazie !”

Grazie a te, Pepe. Il tuo discorso ci fa respirare un ottimo ossigeno
A presto,
Marcello